Si sta come, / d’autunno, / sulle panchine i tecnici

Novembre 29, 2009

È quando il freddo comincia a farsi più pungente, i turni infrasettimanali più frequenti, l’estate un pallido ricordo (come una “Gazza” comprata a luglio e rispolverata oggi col suo rosa slavato) e tu cominci a memorizzare persino il nome per esteso dell’esterno portoghese che la Lazio ha ingaggiato, che li vedi. Chi già a terra, chi in caduta libera volteggiando su sé stesso, chi ancora ostinatamente sul ramo ma destinato a cadere al minimo scossone o semplicemente per inerzia: ma tutti vittime di un destino ineluttabile che in inverno avrà già cambiato il volto dei nostri alber… pardon, della nostra Serie A. Elogio dell’allenatore moderno, foglia col foglio di via inscritto nel DNA.

Tutto é(ra) ricominciato con Guardiola e la scommessa del Barcellona che, sulle macerie della gestione Rijkard (altro tecnico rampante che pure ha ampiamente vinto la sfida portando i catalani sul tetto del mondo), ha affidato la fuoriserie blaugrana a Pep, monumento del “Camp Nou” ma praticamente a digiuno di panchina. L’ex-regista ha avuto carta bianca per eliminare dalla fuoriserie quegli optional (Deco, Ronaldinho) poco utili al progetto di “maquina” da calcio che aveva in mente. E ha stravinto. Facile direte voi, con questo Barça. Ma il nuovo azzardo del presidente Laporta ha dato i suoi frutti, tanto è vero che il leitmotiv imperante sulla stampa nostrana quest’estate era: scovare la versione all’amatriciana del tecnico spagnolo, cavalcando l’onda lunga proveniente dalla penisola iberica. Tutta questa lunga premessa per vedere, a distanza di alcuni mesi, cosa ne è stato dei Guardiola nostrani e capire come la ‘direttiva europea’ sia stata recepita dal campionato italiano.

(Continua…)

L’articolo completo è consultabile qui: http://www.sportmain.it/?p=24958

erreggiflore

Z&Z


VagaBobo che son io

Ottobre 28, 2009

Qualche maligno ora dirà che aveva smesso di giocare tempo fa. Ma fa sempre notizia – e forse neanche tanto quanto avrebbe ‘meritato’ - un calciatore del suo calibro quando dice “basta”: Christian Vieri ha annunciato qualche giorno fa di aver deciso di smetterla col calcio giocato. Conoscendolo, (dopo averci flirtato per un’intera carriera, violentandole di reti) le porte le ha probabilmente chiuse al pallone tout court

Centravanti d’antan. Zingaro. Campione (Apatico). Buffone. Devastante. Mercenario. Incompiuto. Dei tanti appellativi affibiatigli dalla stampa nel corso degli anni lui certamente preferirà quello auto-attribuitosi nel corso di una memorabile e burrascosa conferenza-stampa ad Euro 2004, quando si cominciavano ad intravedere i prodromi del Vieiri billionario, la chioma che si allungava e la carriera, viceversa, ad accorciarsi. In direzione ostinata e contratto (non ha mai dato importanza ai soldi: è stato lo stipendio a renderlo importante, “Mr. 90 miliardi” – con la collaborazione del Massimo Presidente) sin da ragazzo, col tempo ha finito per dare ai detrattori un motivo per punzecchiarlo e darsi di gomito: dal Vieri sciupa-femmine ed appendi-slip a Madrid (sbolognato dalla Juve, diventava ‘pichichi’ con l’Atlético) a quello modaiolo e sciupa-reti del periodo milanista e doriano, quando le frequentazioni vip hanno cominciato a fare più notizia. E la stampa giù a castigare ridendo Mora (Lele). Lui se n’è comunque sempre sbattuto, un boooh a titillare la fantasia degli imitatori e ad ammosciare i microfoni dei reporter.

Il centravanti toscano tra qualche anno lo ricorderemo con la maglia dell’Inter, le scollature della Canalis (la ragazza della porta accanto che nonno Enzo vedeva bene per quel ‘bischero’ di suo nipote), il muso lungo e la nomea di burlone lasciata in ogni spogliatoio frequentato. Suoi compagni di merende Pippo Inzaghi, un altro che l’ha sempre ‘messa dentro’ in entrambi i campi e, negli ultimi tempi, Antonio Cassano: chissà se avessero giocato insieme… Due tipi a sé stanti che forse sono più soli di quanto si pensa: forse anche perché capaci entrambi, sul rettangolo verde, di vincere da soli. Fabio Caressa di lui ha detto che “semplicemente per anni è stato il più forte di tutti. Talmente forte da illudere che lui fosse sufficiente. Ha finito per vincere meno di quello che avrebbe dovuto, ma tra quelli che hanno provato a vincere da soli, Christian Vieri è quello che ci è andato più vicino”.

Vagabondo per scelta, solo a Milano ha trovato una sua stabilità, non una sua dimensione: ha rotto il muro dei 100 gol e poi i ‘cosiddetti’ a Roberto Mancini, suo iniziale estimatore che via via gli ha preferito Adriano. Non ha avuto il tempo di incrociare Mourinho e magari di litigarci, ma al portoghese avrebbe fatto piacere avere là davanti un bomber che non gliele avrebbe mandate a dire e che (sogno recondito di molti) ha letteralmente appeso Lippi agli armadietti dello spogliatoio. Ha fatto faville con Robibaggio sia in nerazzurro che in Nazionale, dove dai Mondiali del ‘98 a quelli del 2002 (sfortunate le sue parentesi ‘Europee’) è stato il totem cui affidare, ricambiati, le nostre aspirazioni iridate. Destino ingrato, tuttavia: come per Maldini, andato via lui, l’Azzurra ha vinto e l’Inter s’è scetata dal suo torpore. Sapete perché mi piace? Perché non sembra mai averne realmente sofferto: non lo avrei mai immaginato in altre vesti che quelle bullonate, ma allo stesso tempo ha lasciato il calcio come un qualsiasi altro mestiere, senza nostalgia. È nella solitudine del numero primo che ricorda Gigirriva, nei silenzi e il carattere schivo, nell’essere diventato personaggio suo malgrado. Uno ‘Rombo di Tuono’, l’altro Rombo di Bobo. Un ragazzone. Per Severgnini, la versione calcistica di “Uccelli di rovo”: il curato grande, grosso e bonario che prende la parrocchia e la porta di peso sulle spalle. (Tutto da solo, ça va sans dire).

Boooh. Ma sai che, alla fin fine, hanno ragione?! La notizia del ritiro di Bobo-gol è una non-notizia: Vieri ha smesso di giocare dopo essere andato via dall’Inter. Dopo, forse senza più stimoli, ha messo le pantofole: capita, anche agli zingari del gol più incalliti. Ma, quando ha voluto, come lui nessuno mai. Tritolone Vieri: nonostante le lusinghe televisive, più reale dei reality. Grazie comunque. (Un tuo ammiratore).

erreggiflore

Uno degli 'amori' di Bobo


Talent Sky

Ottobre 21, 2009

Nemeth, Adiyiah, Sukuta-Pasu, Alan Kardec, Koman, Merìda, Bonaventura, Osei, Alan Teixeira, Viudez, Mustacchio, Sergio Asenjo. Letti tutto d’un fiato, a mo’ di filastrocca, (pronunciandoli correttamente, please: noi Soloni del pallone, talent-scout dell’us-ur-ato sicuro nonché scafati cercatori dei Fenomeni Catodici ci teniamo, eccome!, alla forma). E tutta una lunga schiera di altri esotici nomi di ragazzini ancora imberbi ma già con le valigie in mano – e forse nel destino – e l’esultanza-performance pronta ad uso e consumo delle telecamere. Sabato scorso si è conclusa l’edizione 2009 del Mondiale Under 20 di categoria, disputatosi all’ombra delle piramidi ma alla luce vivida, vividissima, quasi accecante di tutti i riflettori puntati per l’evento: riflessioni a margine e diario virtuale di tre settimane di reality show calcistico in cui, per fortuna, alla fine non vince uno soltanto.

Bello e avvincente, soprattutto dagli ottavi in poi, il torneo che quest’anno vedeva all’opera in Egitto quelli che, almeno sulla carta (mancava l’Albiceleste, pazienza…) erano i migliori virgulti dei quattro angoli del globo. Dopo le passate edizioni che erano state sostanzialmente il palcoscenico su cui celebrare l’Avvento pagano di gente del calibro della Pulce argentina del Barça, Agüero ed Edinson Cavani, quella egiziana non ha espresso nuovi Messi(a) ma tanti ottimi prospetti a nostro avviso pronti (ed alcuni già lo fanno…) a misurarsi con i pari età. Detto ciò, la vittoria finale è andata al Ghana, prima formazione del Continente Nero ad aggiudicarsi un alloro mondiale, battendo in finale nientemeno che il (più mediocre ed ‘europeo’, a memoria d’uomo) Brasile, in una sfida risoltasi ai calci di rigore dopo che i ghanesi avevano retto in dieci per buona parte del tempo: i nomi di Osei ed Adiyiah dovremo risentirli presto e chissà che non facciano già compagnia a Essien, Muntari & co. nella spedizione sudafricana di giugno… Ciò detto, nel nostro personalissimo diario abbiamo registrato in alcune occasioni più calci che calcio, più nomi sul taccuino dell’arbitro (vero, Rocca?) che su quelli degli osservatori, un bel po’ di topiche da parte delle retroguardie ma anche qualche gol pazzesco – Viùdez: chi era costui?, goleade imbarazzanti e portieri non da meno. Oh, c’era anche l’Italia che, grazie a Dio (e poi spiegherò perché), stecca sempre in questi tornei: dopo l’exploit con il tiqui-taqui spagnolo versione-nursery, i nostri si suicidano contro i pari età magiari e rispettano il pronostico…

(Continua…)

L’articolo completo è consultabile qui: http://www.sportmain.it/?p=21766

erreggiflore

Vamos a... Ghanar


Amarcordia

Settembre 1, 2009

Nell’anno che ci condurrà ai Mondiali, il campionato riprende in pieno agosto ma già si respira un’atmosfera tardo-autunnale, tra dichiarazioni malinconiche, rievocazioni nostalgiche di presunte età dell’oro e visioni degne della grotta di Lourdes.

Lippi dice (o meglio, non lo dice, quindi esprimendolo in maniera più decisa) che Ferrara gli ricorda il primo-Lippi e forse sarà che quest’anno i due qualche volta faranno un po’ di confusione nei rispettivi ruoli. Ferrara, illuminato in volto da una luce che non giurerei essere quella delle telecamere di SkySport ma un’emanazione diretta di qualche aura benedetta, dice che vede nel suo trequartista Diego Ribas da Cunha un altro Diego (“…e capisc’ a mmé” è la chiusa masaniellamente negata al giornalista di turno). Diego vede attorno a sé tante attenzioni e non capisce perché ci si accorga di lui con tre anni di ritardo. A sua volta la stampa italiana rievoca nel Giovane Holden rossonero Leonardo un ritorno al periodo d’oro del berlusconismo, quando gli impiegati del catasto presidenziale erano scelti e investiti con l’imposizione delle mani del Divino: il misconosciuto Sacchi, Mascello Capello, chi erano costoro?! Berlusconi, e con lui un po’ tutto il carro (armato, di inchiostro simpatico) degli opinionisti italiani del Giorno Dopo, vede in qualsiasi tecnico sui quarant’anni e le maniche di camicia arrotolate un nuovo Pep Guardiola, dimenticando che di Barcellona c’è n’è uno solo. Guardiola, per fortuna, non vive e non vede nulla di tutto ciò, altrimenti avrebbe già fatto le valigie per andare ad allenare ad esempio il Barça o in Inghilterra (dove al giovanilismo preferiscono comunque la sostanza), come ha fatto Ancelotti, troppo vecchio rispetto a questi tecnici da ‘Nouvelle Vague all’amatriciana’ che forse tra vent’anni vinceranno la metà di quanto ha vinto lui, ed emigrato in Premier a conquistare tutto proprio nel santuario di San José da Setubal. Santo in questione che però Carletto giura proprio di non aver mai visto materializzarsi negli spogliatoi di “Stamford Bridge”.

E Mourinho in tutto ciò? Già, Mourinho… Lui vede fantasmi, nemici, revanchismo bianconero, restaurazione del Potere della Casa Sabauda e complotti ovunque e questo non è esattamente un segno di tranquillità. Ma allora com’è che quando Lippi ha pronosticato la squadra che probabilmente riabbraccerà dopo i Mondiali e il fido novizio fra’ Ciro quali prossimi vincitori del tricolore non sono stato io l’unico stronzo che, per Grazia ricevuta, ha visto riflesso per un attimo negli occhialini del CT dell’Italia come andrà a finire questo Campionato di Serie A?

erreggiflore

Ciruzzo


Ibrahimene

Maggio 17, 2009

Caro Zlatan,

ti scrivo per dirtelo, ora che abbiam vinto di nuovo e non ci resta altro che ascoltare purtroppo, come spesso ci accade, la solita tiritera di commenti illuminati che parte ogni volta che l’Inter è al centro dell’attenzione o semplicemente fa un pò meno la ‘pazza’.

E’ da tempo che volevo dirtelo, ma penso di essermi innamorato di te.

Ti amo e non me lo aspettavo. Di te mi piace quando allunghi i tuoi piedi palmati per agguantare palloni come il più ruvido dei rugbisti e subito dopo giocarlo sulla punta delle tue ballerine numero 48 o chissà quale numero. Mi sei piaciuto dal primo giorno, quando sei arrivato a Milano e non hai avuto il cattivo gusto di pulirti il culo con la tua ex-sciarpa bianconera o di titillare l’autostima di noi nerazzurri con parole al nettare di Ambrosia(na). Sei un selvaggio, ma col tuo codice della strada. Come sempre, ti sei presentato così: “Io sono Zlatan, e vi stia bene”. A me è sempre stato bene.
Non ci hai promesso nulla.
Hai fatto.
Ci hai violentato e ’sverginato’ come forse nemmeno Ronaldo aveva fatto. Lui sì che era sembrato amore ed invece si è rivelato una scopata, seppur lunga anni.
Se c’è un modo per definire l’amore, Zlatan, credo sia questo: un continuo avvicinarsi alla controparte, tendendo instancabilmente verso essa, senza riuscire mai a raggiungerla. Ma provandoci. Anche noi, in questi tre anni abbiamo, quasi asintoticamente, teso l’uno verso gli altri in maniera costante e cercata. Noi seguendo la cadenza dei tuoi passi, delle tue facce sgraziate, dei tuoi stentati ‘vaffanculo’ in quello strano italiano. Tu, sentendo il lento crescere del boato della Curva, dei fischi che non ti piacciono perchè tu sei a tuo modo un Dio e il nome di Dio invano non lo si nomina e non lo si fischia nemmeno.
Com’è stata bella la prima volta. Ed anche l’ultima, e quelle che ancora ci saranno da qui a tra poco, quando probabilmente andrai via.
Son qui, a mente fredda, a dirti che ti amo e che ti ho amato e so che anche tu ci hai amato, in quella maniera strana e un pò strafottente che ti contraddistingue. Mi piaci così e non voglio che cambino mai le cose tra di noi. E non voglio che neanche tu cambi, ovunque andrai. L’appellativo di ‘zingaro’ quale becero soprannome, la tua classe mascherata dai cingoli che Madre Natura ti ha dato e che i tifosi delle altre squadre ‘non faremmo mai a cambio col nostro beniamino per Ibra’ però…, e quell’atto di fede che solo chi crede in te ancora recita e trasforma da bestemmia a testimonianza delle stimmate di Santità calcistica e che tu pronunciasti quando non eri un cazzo di nessuno (ma solo per gli altri) appena arrivato all’Ajax: “Io sono Zlatan, e voi chi cazzo siete?!”.
Siamo stati bene assieme ma l’amore, come tutte le cose belle forse deve finire. Ogni storia d’amore, per diventare eterna, prima o poi deve trovare la parola fine. Questa è la nostra. Io non starò qui a dirti ‘mercenario’ oppure ‘resta con noi’. Non me ne frega. Io ti amo proprio perchè sei così e non altrimenti. Ho tanta paura a pensare quando non ci sarai e ci tradirai con altri. Provo però anche troppa felicità quando sei con noi e ti trasformi in Genio. Non stare a sentire quegli invidiosi che vogliono strumentalizzare i tuoi ultimi gestacci per seminar zizzania tra di noi: fai pure ciò che meglio ti pare, io di angioletti dalla faccia pulita o verginelle pudiche da salotti televisivi non so che farmene.
Io voglio te: nero, sporco e vero. E, da ieri, anche un pò azzurro.
Ti ho voluto.
Quindi non aspettarti processioni in piazza come accaduto per il tuo collega Kakà ad implorarti di restare o che piagnucoliamo davanti a papà Massimo per tenerti, perchè siamo due persone mature, ci siamo amati e gli atteggiamenti infantili non si addicono a due come noi che han condiviso gioie e dolori, fischi e colpi di tacco, il letto e lo stadio. E non aspettarti sommosse popolari alla ‘Alex a vita!’ solo perchè tu sei il più forte calciatore dell’Inter, probabilmente d’Europa, un giorno magari del mondo: queste ipocrisie lasciamole agli altri ed a quelli che ci prenderanno in giro dicendo che Ibra ci ha traditi, che è un mercenario, che siamo la solita Inter.
Me ne fotto. Ci siamo fottuti, al massimo. (Ho imparato da te, amore).
Io so che tu non te le aspetti queste cose da noi tifosi. E’ per questo che ti amo.
E se un giorno giocheremo contro, e segnerai con uno dei tuoi colpi di tacco da karateka della Scala, festeggia pure e zittiscici. Sei vero. Sei un figlio di puttana vero, e tale devi rimanere. E, se possibile, continua a zittire anche i nostri avversari, come hai fatto in questi tre anni stupendi.
Fa sempre strano lasciarsi, ma dopo che si è davvero amato va anche bene così e non è mai un errore.

Sai, Zlatan, anni fa ero con una ragazza e insieme abbiam capito che la cosa finiva lì. Insieme. Non è finita con frasi sdolcinate di circostanza o promesse di riprovare in futuro. Finiva lì. Amavo tutto di lei, e da quel giorno ho amato anche il suo rispetto. A distanza di tanto tempo non fa male vederla finalmente proiettata a cercare di nuovo la felicità, anzi. Eccola lì che va, a continuare sempre di sfangarsela nella vita, forse anche con più dolori di quando stavamo insieme e tante nuove incertezze, sempre ad inseguire il suo obbiettivo. Bella, libera, decisa. So che, senza falsa modestia, quello che vedo in lei adesso è anche un pò merito mio. E viceversa quello che lei vede in me.
Io spero un giorno lo vinca il suo personale ‘Pallone d’Oro’. E lo DESIDERO anche per te.

Ora ti lascio.
Vado a prepararmi. Tra poco ti chiederò di uscire un’ultima volta stasera. E ti darò questa lettera.
Facciamo che ci vediamo a “San Siro”, ore 20.30, per Inter-Siena? Dicono che ci sarà festa. Sarà bello stare insieme. Tu non dimenticarti le tue ballerine numero 48 o chissà quale numero. Della musica se ne occupano i ragazzi della ‘Nord’.
Ai colori ci penso io.

A dopo.
E grazie.

erreggiflore

Ibrahimene, 17


Catenacemente

Aprile 30, 2009

Si è conclusa l’andata delle semifinali di Champions League, celebre competizione calcistica internazionale dei giorni nostri che tanto denaro nel mondo del pallone muover fa: il Chelsea di Guus Hiddink, chiamato non a caso ‘lo Stregone’ soprattutto da quelli che – sciagura loro – l’hanno dovuto affrontatare, esce con un buon pareggio a reti bianche dal “Camp Nou” di Barcellona dove quest’anno sembrava essere diventata regola quella di usare il pallottoliere per contare le reti segnate dai blaugrana. Elogi e consensi all’atteggiamento estremamente prudente dei londinesi che per lunghi tratti hanno giocato in dieci dietro la linea del pallone, con il solo Drogba a sbattersi tra i vari (e molto eventuali, aggiungeremmo) Marquez, Piqué e Abidal, secondo alcuni. ‘Catenaccio’ e rivincita del gioco all’italiana (alla faccia della Perfida Albione, che in tempi recenti non perde mai occasione di criticarci) per altri. In attesa delle prossime estemporanee imprese e ‘ri-evoluzioni’ tattiche, giusto qualche considerazione, e non ce ne voglia Hegel se prendiamo ispirazione da lui:

a) Premessa: quando si vince, vedi trionfo mondiale in Germania o l’epopea dell’Inter herreriana, ecco che il cosiddetto ‘calcio all’italiana’ viene portato a modello vincente da esportare nel mondo, buono a fomentare il nostro scarso senso patriottico, diventando un lustrino da esibire quale certificazione d.o.c. della nostra oramai centenaria storia calcistica. Soggetto della proposizione: la stampa italiana.

b) Tesi: il ‘catenaccio’ nacque, come sappiamo, negli anni ‘30 grazie all’intuizione di un tecnico svizzero, Karl Rappan, che nel cosiddetto ’sistema’ apportò due modifiche: indietreggiò due mediani, collocandone uno sulla linea dei difensori ed un altro dietro, in posizione di libero, ovvero libero da qualsiasi compito di marcatura. Sempre accostato ai piccoli Davide del calcio come mossa per cercare di competere alla pari con il Golia di turno, in Italia fu infatti subito adottato e nobilitato dal paròn Nereo Rocco per la sua Triestina ma, ben presto, divenne marchio di fabbrica di due celebri Inter scudettate, ovvero quella di Alfredo Foni prima ed Helenio Herrera dopo. Poco spettacolo, marcature arcigne, difesa blindata e vittorie risicate: il made in Italy che trionfa (anche) all’estero. ‘Liberi’ tutti.

c) Antitesi: poi ci fu lo Scisma Olandese degli anni Settanta col suo calcio totale che mal digeriva quel machiavellico espediente che tanti successi dava al calcio nostrano: il fine non giustificava più i mezzi e mezzucci; e poi l’Avvento di Arrigo il profeta, il Grand’Inquisitore del calcio brutto e sparagnino:  anche da noi si imponeva un modello vincente ma che allo stesso tempo il resto del globo esagonale terracqueo finalmente ci invidiava. Da allora, solo qualche nuovo e sedicente predicatore che non faceva altro che aggiornare quà e là dogmi oramai codificati.

d) Sintesi? Prima di generare ogni volta beghe da condominio Paradiso con la stampa inglese tacciandoli di ‘catenacciari’ (sic!) un giorno, e poi sbavare di invidia di fronte al ‘Real’ Barça di Messi quello dopo, qualcuno dovrebbe fare un bel ripasso della storia del nostro di calcio. Da sempre in ‘difesa’, è vero. Ma con che orgoglio.

erreggiflore

Solo Drogba, solo


Genova, Catalunya

Aprile 12, 2009

Il Genoa di Gian Piero Gasperini non è più un miracolo stagionale da un bel po’ e finalmente giornalisti e commentatori di carta stampata e TV satellitari si son dati una mossa ed hanno cominciato a salire sulla panchina del vincitore. Alla buon’ora: cominciavamo a preoccuparci.

All’indomani del successo (di cuore, di gioco, di testa anche) contro la Juve e l’ormai seria candidatura a voler tenersi stretto quel quarto posto che significa l’Europa-Con-La-Musichetta, le iperboli si son sprecate. Tra chi si chiede se Gasperini sia il tecnico ideale per la Vecchia Signora (e chi si chiede, a nove colonne, perché non lo sia ancora) e se il Genoa sia più bello in fase di palleggio e combinazioni d’attacco della máquina infernale-Barcellona (ri)costruita da Pep Guardiola, anche noi ci accodiamo in devoto pellegrinaggio alla calca di Soloni, ed un po’ ingenuamente ci chiediamo: come mai ci si arrovella così tanto ad indagare quale sia l’alchimia che fa sembrare il Grifone l’Olanda del ‘74 e nessuno si domanda perché le grandi del nostro calcio giochino in modo così penoso rispetto al calcio-champagne dei blaugrana? Certo: facile parlare di miracoli, bel gioco e idilli sportivi quando non si punta al bersaglio grosso e il ‘corsivo’ sui peones di turno male non farà a nessuno. E, soprattutto, non c’è pericolo di museruola a tacere sul fatto che il sig. &#/§£”?* ha fallito in Europa con una rosa che è costata dieci volte quella di Gasperini; che #&(<@$!|*] se li sogna di chiedere al suo ad i giovani virgulti che ieri sfrecciavano da tutte le parti alla lenta difesa bianconera; e che &£°@/%? a differenza del collega genoano vive sulla graticola da mesi e ora si vede pure maramaldeggiato proprio dal suo successore (?).

Non ce ne voglia, ora, il bravo Gasperini: il suo Genoa, assieme alla ‘breve’ Lazio delle prime giornate e il Chievo (che, se si riuscisse a salvare dopo essere stato per mesi in coma sarebbe il miracolo sportivo dell’anno) è la più bella realtà calcistica proposta dalla nostra serie A; la partita di ieri, poi, andrebbe mandata come spot sulle pay-tv degli spocchiosi inglesi quando sparano cavolate a caso sul nostro calcio e dimenticano il monotono quadrumvirato che da anni rende noiosetta la loro Premier. Però, un consiglio ci sentiamo di darlo al tecnico di Grugliasco. Ora che qualche giornalista gli farà notare che Sculli sembra Messi e che in fondo ‘Marassi’ rossoblù tanto il ‘Camp Nou’ pare (solo un po’ più piccolo), si ricordi di quella lunghissima e straziante scena di “Paris, Texas” di Wim Wenders: Travis, il protagonista, dopo esser stato via di casa, ritrova finalmente la moglie che lavora in un peep-show, spogliandosi a pagamento dietro un vetro trasparente e comunicando con un microfono con gli ‘avventori’. Lui si finge cliente e siede dall’altra parte del vetro: la donna scorge solo se stessa nello specchio mentre Travis, in un’immagine straordinaria, osserva Jane al di là del vetro ma per un gioco di riflessi noi vediamo in realtà il suo volto sovrapposto a quello di lei… Entrambi vedono quindi se stessi, ovvero l’oggetto della propria immaginazione.

(Anche se non ne ha bisogno) Gasperini studi pure Guardiola, ma guardi solo a Gasperini.

erreggiflore

'Marassi' blaugrana


“Mitt’ a Cassaèn!”

Aprile 6, 2009

Qualche anno fa, nel corso della campagna elettorale per l’elezione a sindaco di Bari, l’attuale primo cittadino del capoluogo pugliese, l’istrionico Michele Emiliano, divenne celebre per uno spot televisivo, realizzato e mandato in onda sulle reti locali ma che ben presto aveva cominciato a spopolare anche sul web. Il suddetto messaggio elettorale era costruito come una lunga ‘carrellata’ di anziani e pittoreschi signori che, davanti ad un televisore, ripetevano tutti lo stesso leitmotiv, diventato ben presto un tormentone (“Mitt’ a Cassaèn! Mitt’ a Cassaèn…”, ossia, “Fai entrare Cassaèn!”). Lo pubblicità sfruttava (è proprio il caso di dirlo) la notorietà pedatoria di un trequartista originario di Barivecchia, ma quantomeno si distanziava dalle solite, anchilosate comunicazioni elettorali a cui di solito assistiamo passivi davanti alla TV prima di trovare dentro di noi un residuo di forza o quella scintilla vitale per compiere il gesto estremo di saltare al canale successivo. La cosa che ispirava simpatia, al di là dell’appartenenza politica, era la spontaneità di quei volti montati uno dopo l’altro i quali, come in un atto di fede dal quale non ti aspetti nulla, se non l’imprevedibile magia del cambiamento (che sia quello di una giocata di tacco risolutrice o del nuovo corso di una giunta comunale in una città dai mille problemi), ripetevano il mantra: “Mitt’ a Cassaèn”.
Semplice e diretto. Senza tanti giri di parole (tanto da rivelarsi vincente pure alle urne).

[Tutto questo per dire che solo in Italia uno dei due-tre giocatori più talentuosi dell’ultimo decennio può venire escluso con un preavviso di quasi due anni e senza nemmeno Cassan-Integrazione – la crisi è arrivata ovunque, bellezza – dai prossimi Campionati Mondiali. Se dal punto di vista tecnico la scelta va accettata perché appunto fa parte degli onori/oneri di chi deve ‘selezionare’ giocatori, fatichiamo non poco a capire perché sia così difficile dire, una volta per tutte, qualunque essa sia, la motivazione ufficiale. Invece di trincerarsi dietro non-giri di parole. Fortuna che davanti alla TV qualcuno di quei vecchietti ancora esclamerà innocentemente, all’oscuro di tutta questa vicenda, “Mitt’ a Cassaèn!”. Fortuna che per la Persona-Attualmente-Incaricata-Di-Selezionare-Gli-Azzurri rimanga ancora una non-risposta originale per dribblare queste seccanti e tediosissime domande. Gliela suggeriamo noi: provi con lo scambio di persona. Magari con la scusa dell’omonimia trova l’erede di Buffon.]

“Cassano chi?!”

erreggiflore

Mario Cassano


Yo 6 ‘el Diego’

Aprile 2, 2009

Si è concluso un importante doppio turno di match valido per le qualificazioni al Mondiale del 2010 in Sudafrica. Emessi già i primi ufficiosi verdetti, anche se per la matematica c’è ancora da aspettare.

Alle latitudini europee la tendenza generale, fatta eccezione per la Spagna schiacciasassi di Vincenzone Del Bosque che oramai ha dimenticato cosa significhi pareggiare, pare essere quella di un netto passo indietro del football latino (Italia, Portogallo, Francia) a favore di Nazionali quali Germania, Inghilterra, Olanda. Tra alti e bassi, e pur ricche di forti individualità come le colleghe ‘mediterranee’, queste ultime dominano i rispettivi gironi e vincono anche quando non giocano bene o decidono, più semplicemente, di metterla sul piano della pura fisicità grazie ai propri marcantoni (avere in difesa tipi come Mertesacker, Heitinga e Rio Ferdinand, tipi rognosi che non disdegnano la sortita in area di rigore avversaria, non è sempre una sciagura…). Delle corazzate. Quando cominceranno anche a giocare bene ne vedremo delle belle.

Spunti interessanti arrivano anche dal Sudamerica dove il Paraguay persegue imperterrito nella sua balzana idea di arrivare al Mondiale da prima classificata, lasciando divertire Brasile ed Argentina a rincorrersi fra chiacchiere e beghe da condominio. Continua a stupire Maradona, alla guida della Selección: dopo i sorprendenti inizi contro la Scozia (sic!), la rivoluzione in attacco, lo sdegnato ‘niet’ a Riquelme (forse l’unico profeta ancora in grado di tenere testa a cotanto Padre – Messi, per adesso, ha ancora solo le stimmate della Santità) e l’esclusione di uno dei centrocampisti più forti dei due Mondi calcistici conosciuti (Cambiasso), Diego va a perdere 6-1 in Bolivia, record storico nelle disfatte dell’Albiceleste, confermando quello che tutti Credevamo: ne vedremo delle balle. Gli vogliamo bene (anche) per questo.

erreggiflore

El Diego


Profeti e Pro Leghe

Aprile 2, 2009

La prima puntata dell’ennesimo campionato del ‘nuovo corso’ d.C. (dopo Calciopoli, senza voler qui scomodare Triadi e Trinità) è andato ieri in onda su tutte le emittenti: alle 15.00, puntuale come un orologio svizzero, offrendo un discreto spettacolo, qualche sana polemica e – udite udite! – anche la storica musichetta di ‘90° Minuto’ prima di ogni servizio (e pazienza se a margine vi sono stati anticipi e posticipi che non hanno comunque stravolto più di tanto le aristoteliche Unità di tempo/luogo/replay a cui il tele-tifoso è avvezzo oramai da qualche anno).

Qual è la novità? Cosa c’è di strano, direte voi? Nulla. Ecco cosa ci porta in dono la prima tornata del Campionato di calcio di Serie A: una normale, classica, assolata, tele-ripresa giornata di fine Agosto, vissuta tra squadre che “la preparazione s’è fatta sentire”, ali ed alette portoghesi (che, nel limbo di un check-in, aspettano il 31 agosto per conoscere il proprio destino) e i primi prodigi dei nuovi Profeti giunti in Italia a predicare il Verbo nel Tempio della Parola: preferibilmente pronunciata a caso, meglio ancora se di fronte ad una camera accesa.

Viste le premesse (strascichi polemici della scorsa stagione e prime scaramucce estive – vero José?) e le promesse (o sarebbe meglio chiamarle minacce) di oscuramento del Rito a scapito di qualche milione di fedeli, potremmo addirittura ritenerci fortunati.

(Sempre che non vogliamo aprire un dibattito di qualche ora su quell’osceno nome ‘Lega Pro’…).

erreggiflore

Tele-visioni