Il vero ‘gioco’ all’italiana™ non è quello esaltato dai nostalgici del (nobile) catenaccio ma quello ormai collaudato per portare avanti ogni tipo di polemica e riuscire ad uscirne indenni. Ha inoltre l’indubbio vantaggio di avere un vasto campo di applicabilità tanto che, nel nostro Paese – il brevetto non è stato ancora esportato: pazientate – può essere utilizzato nello sport, in politica, nelle discussioni col partner e, si mormora, pure per saltare la fila alla posta. Come dite? In cosa consiste? Semplice: a) accendete la miccia, possibilmente condendola di una ‘excusatio non petita’; b) aspettate la replica: piccata, si spera sennò il giochino non funziona; c) invocate il Legittimo Fraintendimento e poi – pam ! – rincarate la dose. Risultati garantiti. Nessuna prescrizione medica. Aut.Min.Ric.

Prendete Federica Pellegrini: splendida atleta, immagine positiva, volto buono del gossip solo per via delle tante medaglie al collo, atteggiamento – almeno dall’esterno, perdonateci – vagamente spocchioso, di chi sa che però la spocchia se l’è guadagnata. Dato che pure nello sport si fan le cose col misurino e i rituali hanno qualcosa di doroteo e democristiano, anche per la scelta del porta-bandiera di Londra 2012 si cominciava a tirare le somme: la veterana Idem (47 anni: scelta evocativa), la Vezzali (ideal profile), un outsider o la Pellegrini? Tutto bene, fin qui: così va il mondo, se vi pare.

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Nell’attesa (non sia  mai…) di smentite o retromarcia dell’ultimo minuto, sabato e domenica prossimi la Serie A non scenderà in campo, come già era successo il 16 e 17 marzo del ‘96: la data che fino a oggi era entrata nella leggenda come quella in cui il Rito fu per la prima volta rinviato. È arrivato oggi a mezzogiorno, dopo il fallimento dell’ultima mediazione tra vertici di Lega e Figc e AIC, l’attesissimo annuncio dell’associazione presieduta da Damiano Tommasi: “Non si gioca”.

A stento tratteniamo un moto di giubilo e, lo confessiamo, calendario alla mano e attenzione alle soste per Nazionali e festività varie, già cominciamo a cerchiare in rosso possibili ponti, uniamo col pennarello le varie soste sbarrando interi mesi e ipotizziamo un lungo braccio di ferro che, secondo i diretti interessati, potrebbe continuare a oltranza. Troppo bello per esser vero. Infatti, più realisti del re, prendiamo quanto di buono ci lascia in eredità questo venerdì a suo modo storico, con la consapevolezza che la pacchia durerà sette giorni. Poi toccherà cominciare. Poco male. Grazie a tutti: siete stati magnifici. Bis!

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Tranquillizziamo tutti: Cristiano Ronaldo non c’entra, come nemmeno qualche improbabile acconciatura di un Balotelli già stanco, tenendo fede al credo dei ragazzi della sua generazione (o almeno è quello che dicono i sociologi al Tg), dell’ultima novità – il City – e alla ricerca del passatempo nuovo: non importa che sia passatempo, ma che sia nuovo. Nulla di tutto ciò. Pensavamo di essere usciti indenni da una delle estati calcistiche con le pezze ar c**o e più caste degli ultimi anni. Macché. In mancanza di soldi, c’è sempre la ‘sparata’, il rialzo – non quello economico, appannaggio dei club esteri nelle loro aste private a cui i quotidiani sportivi di casa nostra iscrivono i club italiani con uno spirito caritatevole che rasenta l’insulto al lettore medio(cre) – l’esagerazione; e la smentita: nell’era della pervasività dei media e della totale registrabilità, negare ciò che s’è detto due secondi prima urbi et orbi è diventato, per paradosso, più facile. Piccola guida ai colpi di sole, ma quelli gravi, di fine estate.

“Quest’anno ho messo su la squadra più forte di sempre” (M. Zamparini). Non è un processo alle intenzioni ma agli esiti (soliti). Far calcio a Palermo è difficile: impossibile lo scudetto, un harakiri retrocedere. Nonostante sia un mangia-allenatori e le recenti minacce di ‘lasciare’ in cinque minuti come fece a Venezia, le critiche di tifosi e stampa sono miopi: la sua gestione ha valorizzato Pastore e Sirigu (per rimanere agli ultimi) e la cessione era inevitabile: se pure Moratti vende Eto’o… Ciò detto: indebolire la squadra e farla passare per una F1 è come mettere Pioli al volante e imporgli di vincere un Gran Premio. Assurdo.

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E così, alla fine, fu fatto Papa quello che, tra i cardinali, inizialmente aveva riscosso il minor consenso. Anzi, quello che, nel Conclave, all’inizio era inserito nella rosa dei futuribili successori di Leo nelle retrovie e forse solo perché rispondeva ai tre requisiti minimi richiesti dai curriculum vagliati ad Appiano Gentile (necessariamente in quest’ordine): a) libero (sic!); b) con un appeal minimo, quantomeno per la piazza nerazzurra, e non un Carneade; c) disposto ad accettare il pacchetto-Inter in toto, come un ‘regalo’, senza i diktat di Vilas Boas & staff o le esose richieste di altri califfi della panchina. E così, Gian Piero Gasperini diventa il 56esimo allenatore della squadra Campione del Mondo, un po’ inaspettatamente. Per gli addetti ai lavori, per i tifosi, per i giocatori e per il diretto interessato.

Il tifoso della strada ha già tracciato la sua personale parabola nerazzurra degli ultimi anni. “Da Mourinho a Benitez a Leonardo a… Gasperini”. Una cattiveria. Ma che, come tutte le cattiverie, nasce da un fondo di verità. Per il nome del nuovo allenatore (e per nome intendiamo: pedigree, prestigio internazionale, conto in banca) e per il modo in cui si è giunti alla ‘fumata bianca’ in suo favore. La stampa, diciamolo, è rimasta spiazzata dalla mossa (di riparazione?) dei vertici interisti una volta capito che il destino di Leonardo era nella ‘sua’ Parigi: si passava da “Tuttosport”, più interessato a parlare della presunta guerra interna Moratti-Branca sul nuovo tecnico e non azzardando ipotesi sul Prescelto, al “Corriere” che aveva puntato forte su Mihajlovic – chissà, forse giustamente – e che ha continuato a spingere sul serbo anche quando l’ex-allenatore del Genoa sapeva di essere rimasto l’unico vero candidato (più per coerenza coi titoli che, giorni prima, davano come certo e scoop esclusivo il ritorno di Sinisa), fino alla “Gazzetta” che proponeva la sua ‘rosea’ di nomi ma non azzardava minimamente preferenze e pendeva dalle labbra sibilline del Massimo Fattore.

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…erito. Mentre sul web si accavallano le indiscrezioni su quella che sembrava una boutade utile a rianimare il solito calciomercato fatto di grandi effetti speciali e piccoli effetti reali e Moratti, invece, coi suoi modi sibillini (?) conferma che boutade non era (“Leonardo conviene segua la sua aspirazione e che noi cerchiamo un nuovo allenatore, anche se è possibile che cambi idea…”), rimaniamo ancora una volta interdetti di fronte alla meschinità di chi rotola intorno all’universo pallonaro, in parole, opere, tifo ed omissioni. Altro che calcio-scommesse.

“Dunque, Leonardo era un Giuda” esultano su una sponda del Naviglio e la granita è più dolce in questi primi pomeriggi di afa. “Dunque Leonardo era un Giuda!” esclamano sulla sponda opposta e la granita può essere dolce quanto vuoi se ti va di traverso. Ma l’ipotetico passaggio del tecnico (? Dirigente? Traditore? E per quali di questi ruoli ha il patentino e per quali no?) al PSG, uno dei vecchi amori del centrocampista, davvero si risolverà tutto in una granita, un commento buttato lì e la solita tronfia ipocrisia di chi gli basta sventolare un abbonamento allo stadio per avere voce in capitolo?

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Passata è la tempesta /odo giocatori far festa. È stata un’annata in tono minore quella dei Campioni del Mondo? Con altre tre coppe (alcune più importanti, altre meno) nel carniere che, secondo la filosofia gallianesca, comunque contribuiscono al computo dei ‘titoli’ di cui un club fa sfoggio? Ieri, nelle interviste post-vittoria in Coppa Italia, alla domanda sul ‘Triplete minore’ Moratti ha perso l’aplomb, sbottando: “Minore un cavolo…”. Riformuliamo: fu vera gloria? No, se paragonato all’anno scorso. Si, se si pensa che due triplette consecutive non le ha fatte nessuno, che un anno difficile poteva finire totalmente in bianco e che in Champions’ il massimo – per chiunque – era arrivare in finale col Barça e poi contemplare lo stra-potere catalano. Il quale, l’ultima volta è stato arginato proprio da quell’Inter che da lì ha tratto linfa per vincere tutto. Tutto torna. Pagellone di quello che è successo da allora: non di tutto, ma di tutto un po’. Proviamo a scontentare tutti.

ETO’O 10 – Manca per un gol il record del trio Angelillo-Nordahl-Meazza, tiene a galla da solo fino ad aprile una squadra che senza di lui ora starebbe a lucidare l’argenteria vecchia del 2010 e, nel tempo libero, vende pure le rose nel metrò. Testata vergognosa a parte in Chievo-Inter (l’eccezione che conferma la regola) è uno dei pochi calciatori che giocano col sorriso: l’applauso dei tifosi del Palermo a colui che ha stroncato il loro piccolo sogno, in un Paese anti-sportivo come l’Italia, vale più di mille pagelle. Eto’omico.

J. ZANETTI 9 – Quest’anno non fa i numeri e tante volte le sue turbo-cosce non riescono ad invertire l’inerzia dei match. Ma sono i numeri dalla sua parte: 1003 partite totali giocate in carriera (nel club dei millenari ci sono solo 8 calciatori sopra di lui), 752 in nerazzurro (a 6 da Bergomi), primo straniero della storia della A per presenze e nella Top Ten assoluta, distanza Terra-Luna percorsa avanti e indietro e titolo di Uber-Mensch (nietzschano) della partita quando all’86’ della finale di Roma prende palla, semina avversari e compagni più giovani e comincia a correre verso il futuro, qualunque esso sia.

SAMUEL-LUCIO 8 – Eh, si. Proprio la coppia che non si è vista per un intero campionato. Quando c’erano loro i gol non arrivavano in orario e Benitez poteva permettersi un attacco asfittico, tanto dietro non passava nessuno. Perso Samuel – senza togliere nulla a Ranocchia, che ha alternato grandi prestazioni ad amnesie giovanili (?) – e perso Benitez, l’Inter è diventata lo Champagne là davanti e il Camembert in difesa: nel senso di formaggio. Qualcuno non sarà d’accordo ma, età a parte, sono la miglior coppia di sceriffi. Del mondo.

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I segnali a suo tempo c’erano stati e, seppur velatamente, ne avevamo anche scritto (http://www.sportmain.it/?p=52988): ma alzi orgogliosamente la gamba – a livello Ibrahimovic, s’intende – chi davvero credeva nella discesa agli Inferi (inferi, poi: ma ci torniamo dopo…) dell’altra metà del cielo genovese, incappata in un girone di ritorno orribile, soli 10 punti raccolti, ma vittima di un auto-lesionismo e una ‘sfiga’ che, come da copione, si accanisce con chi già barcolla di suo.

Ma non è della retrocessione della Samp che volevamo parlare, quantomeno non solo di quella blucerchiata perché non è la prima volta che ‘cade’ una squadra blasonata: basti pensare che domenica in Premier è caduto in maniera indecorosa in Championship il West Ham; che il Wolfsburg, due anni fa Meisterschale, a metà tempo dell’ultimo turno era ‘virtualmente’ in Zweite Liga; e, spulciando negli annali del calcio europeo degli ultimi anni, troverete non pochi antecedenti. Quello che meraviglia è lo stupore (catatonico, dei diretti interessati; superficiale, della stampa che credeva alla B tanto quanto bastava per imbastirci un pezzo) per un epilogo sotto gli occhi di tutti e i ‘coccodrilli’ eccessivi dopo.

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